Per una  Ri-Nascente  classe dirigente

Siamo fatalmente figli del passato, sicché in riferimento a quanto si diceva nella   LA SPERANZA  a proposito di una nuova ri-nascente classe politica, non si può non partire dal Machiavelli. E non solo perché è stato il fondatore della moderna politica, ma anche perché l’attuale crisi, che è strutturale, è ormai da più parti ritenuta essere la naturale conclusione di un ciclo (della crescita ed espansione illimitata) iniziatosi proprio in quel periodo storico poi chiamato Rinascimento.

Come noto, Macchiavelli è contro il mortificante misticismo medioevale ma è anche contro gli eccessi della rivendicazione materiale della vita e alla stessa raffinatezza dell’arte, poiché, divenendo essa via via sempre più formalistica e fine a sé stessa (oggi diremmo arte per l’arte), porta fatalmente alla corruzione ed all’infiacchimento della volontà distraendo il vero uomo dal ben più importante scopo che è quello del preservare l’indipendenza della Patria e della libertà.

L’uomo nuovo di Machiavelli in sintesi, deve sì incoraggiare a vivere e godere la vita sempre più liberamente, ma nel contempo deve anche preoccuparsi di ricreare continuamente le condizioni perché possa continuare a farlo nel tempo. E a tal fine, con estrema lucidità, consiglia il suo potenziale “leader” a tener presente che l’uomo è “ tristo” e che dovendo proprio scegliere, tra il farsi amare o temere, è prudente farsi temere e confidare solo sulla sua attitudine egoistica e materialista e trascurare le altre, come per esempio la bontà, l’altruismo, ecc. perché mutevoli e dunque inaffidabili. Ora, come si diceva innanzi, vari fattori inducono a ritenere chiuso questo ciclo. Si ha infatti da una parte la crisi da sovrapproduzione dei paesi industrializzati che, unitamente all’affacciarsi sul mercato di paesi fino ad ora assenti, pongono seri problemi all’ecosistema; e dall’altra il preoccupante sfaldarsi della società.

E’ ormai fin troppo evidente che in una società iperconsumista quale è divenuta la nostra, il rapporto lavoro/consmo si è, esagerando ma non troppo, quasi invertito. Nel senso che prima per consumare si doveva lavorare per produrre, oggi invece, per lavorare bisogna consumare. Il che comporta uno spropositato investimento di risorse in promozioni/pubblicità tendenti ad allettare sempre più l’inconsapevole Dioconsumatore che alla lunga corrompe, pervertendo così il senso morale della società tutta.

Due esempi. Mi è capitato di recente di ascoltare una persona (laureata) che all’invito di darsi da fare per trovare lavoro rispondeva candidamente che in una società consumista, spettava alla stessa società procurargli il modo per fargli guadagnare denaro da poi poter spendere nei consumi. Ancora, una campagna pubblicitaria televisiva in onda questi giorni, per essere a suo modo accattivante, profana, è il caso di dirlo, addirittura il noto motivo dal Nabucco “Va Pensiero…” che nell’immaginario collettivo per certi aspetti rappresenta l’Inno nazionale.           Ciò mi ricorda tanto un’amara battuta che negli anni ottanta circolava circa il comportamento di un partito politico allora al governo e che cioè, per speculare sulla fornitura dei bottoni, faceva acquistare allo Stato interi cappotti non necessari.

E’ quindi indispensabile un radicale cambiamento, una ri-nascenza dell’uomo che, moralmente sano, con virilità e determinazione sappia indicare le vie nuove da seguire. Già, ma il punto è : su quali energie/motivazioni fare leva se proprio quelle “storiche”, della promessa del benessere materiale generalizzato, sono all’origine del guasto? Mi viene subito da rispondere : sul piacere DEL PROGETTARE, COSTRUIRE.

Vediamo perché.  J. Monod, nel suo celeberrimo “Il caso e la necessità” ipotizza esistere nel sistema nervoso centrale dell’uomo un ”lobo” particolarmente sviluppato, avente la funzione di simulatore, che presiederebbe alla elaborazione delle esperienze sensoriali, dunque del linguaggio e della conoscenza. In breve, grazie al potente sviluppo nel tempo di quest’organo, l’uomo ha potuto “progettare” la sua sopravvivenza stendendo piani di difesa o attacco come ben rappresentano i graffiti ritrovati nelle caverne, di cui anche Argan ne ha ricordata detta funzione nella sua Storia dell’arte. Dalla bontà di questi “progetti” dipendeva evidentemente la vita di questo nostro progenitore che, io penso, quando ben fatti dovevano indubbiamente procurargli, oltre al soddisfacimento materiale immediato e il piacere di essere ancora vivo, anche un certo piacere in sé. Come prova provata cioè, della propria capacità di poter vincere la natura (Sublime kantiano ?).

Bene, immaginiamo ora esperienze di questo genere reiterate per millenni e via via da una generazione all’altra trasmesse geneticamente, e ci possiamo spiegare quel PIACERE (ormai a questo punto innato) del progettare di cui si diceva. Lo stesso si potrebbe pensare del correlato piacere nella ricerca della verità: per fare un buon progetto infatti, bisogna prima conoscere bene la realtà. Da tutto ciò io credo nuova luce ne viene per meglio comprendere l’esistenza dei vari Socrate e di tutta quella varia umanità disponibile al sacrificio, o addirittura al martirio, per la ricerca della verità, della conoscenza. Machiavelli in testa che, evidentemente, è così preso dal  “piacere”  nella ricerca del vero, al punto da trascurare i suoi stessi interessi privati che avrebbero potuto consentirgli una vita meno disagiata.

Se così stanno dunque le cose, sarebbe allora auspicabile la nascita di un nuovo Machiavelli che, ispirandosi alla storia e alla scienza così come egli si è ispirato all’antica Roma, scrivesse un nuovo “Principe”, ivi elaborando le opportune tecniche per l’amplificazione e la generalizzazione di detto piacere progettuale a mo’ di “manuale” per i formatori della nuova ri-nascente classe dirigente. Una bella fatica.

(pp)  Gennaio 2010

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