Crisi e possibile rinascita del design – 1 –

Andrea Branzi, autorevole esponente teorico ed operativo del design contemporaneo, dalle pagine di INTERNI (Marzo-giugno 09) lancia significativamente una ” invettiva” contro l’attuale design, divenuto ormai “senza pensieri” e di tipo ambulatoriale, di supporto cioè alle esigenze di vendita dell’industria in crisi, assecondando passivamente le esigenze del mercato. E si pone la domanda “ può esistere un design fuori dal mercato ?”. Certo che può esistere, viene subito da rispondere. Anzi, è l’unico autentico design. L’altro, quello nato a partire dalle richieste del mercato, è solo meccanica esteriorità. E’ il design mercantile e a volte mercenario. Semplificando ed estremizzando: se design, almeno quello di cui qui si parla, quello cioè a prevalente valenza sintattica ossia estetico simbolica, è mettere in forma un contenuto inseparabile dalla espressione, detto contenuto non può che essere il risultato di un’intima e responsabile elabora zione interiore del progettista, poesia cioè, e non determinato a priori dall’esterno, magari dalla direzione marketing. Sarebbe un po’ come dire al potenziale destinatario “dimmi quello che vuoi sentirti dire, ed io te lo dirò nel bel modo che so.”
Detto questo, non siamo così ingenui da non sapere che la via maestra per avere successo, fare fatturato e soldi, è proprio quest’ultima. Presenta tuttavia un rischio, oltre al problema morale dell’inautenticità : ed è che alla lunga, quel medesimo contenuto elaborato a freddo da terzi possa benissimo esser messo in forma e prodotto anche da altri, magari più scaltri e a più buon mercato. Ed è fatalmente quanto ora accade, con la perdita, tra l’altro, anche del diritto a lamentarsi.
Era prevedibile tutto ciò? Francamente sì. Già 40 anni fa, G. C. Argan nella sua Storia della arte, denunciava il progressivo degenerare del sistema di produzione-consumo al punto da indurlo a parlare ormai dell’imminente, se non già avvenuta, morte dell’arte.
Ora, la necessaria e da più parti invocata rinascita del design, non può non partire da questa consapevolezza. E prioritaria è una disintossicazione sociale generalizzata dall’attuale economismo asfissiante per cui, alla fine avrebbe più valore un uomo morto e venduto a pezzi di ricambio che vivo.
E non sarà per niente facile. Una per tutte: negli anni settanta Umberto Eco, in quanto allora tra i massimi studiosi italiani di semiotica, dichiarò (non so se poi ha cambiato idea) che mai avrebbe reso disponibile la competenza acquisita al rampante e sempre più invadente, ma redditizio, mondo della pubblicità. Tempo fa, per caso, mi è capitato di sentire un professore,  non so di quale scuola pubblica, qualificarsi come docente di “tecniche grafiche pubblicitarie” o cose del genere.

In avvenire ci sarà da aspettarsi nella scuola  l’istituzione  di un corso  dal titolo , che so, di   “teoria e tecnica di conquista del partner” ?

(pp) Agosto 2009

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