Sulla piazza M. Ignoto a S. Marzano

Il fatto

Sebbene i lavori non siano completati e le impalcature non del tutto rimosse, è già possibile intravedere il risultato esterno delle opere di ristrutturazione dell’ex Municipio che costituisce, in pianta, uno dei quattro lati del quadrangolo formante la Piazza M. Ignoto.
Detta piazza, originariamente molto più piccola, fu ampliata negli anni sessanta a seguito delle mutate condizioni demografiche e socio-economiche della Comunità, abbattendo parte di un isolato e addossandovi, in corrispondenza del taglio operato e per tutta la sua lunghezza, a mo’ di cicatrizzatore, il nuovo Municipio.

Non era un capolavoro di architettura, ma un onesto e dignitoso edificio razionalista (due piani più porticato) come a quel tempo si usava, che svolgendo un ruolo preponderante nella formazione della piazza medesima, ben presto divenne l’immagine della modernità ed emblema del “paese che si muove” in cui la collettività ormai si identificava. Certo, per assolvere al meglio la funzione urbanistica, l’edificio aveva sacrificato un un bel po’ le funzioni sue proprie: stretto, lungo e piccolo e per giunta esposto fino alle due del pomeriggio direttamente al sole, sembrava fatto apposta per “torturare” i dipendenti comunali.

Negli anni novanta l’Amministrazione decise di trasferire altrove il Municipio e l’edificio in argomento, pressoché inutilizzato e senza adeguata manutenzione dava di sé, e dunque della piazza, una immagine non proprio edificante. Finché la decisione di ristrutturarlo destinandolo a biblioteca e sede per attività culturali varie.

Non entrando in merito alla qualità distributiva, ciò che però immediatamente colpisce è la nuova facciata, che permea di sé la piazza: una ibridazione ottocentesca con tanto di archi, cornici in tufo nostrano ecc., rappresentazione (ri-presentazione) di un improbabile passato remoto.
Confessiamo di non conoscere altra operazione analoga. Ci risulta nuova. Di edifici “antichi” ristrutturati, restaurati o ricostruiti “così come erano” si’ , ma di edifici moderni completamente “rifacciati” in stile antico, e non con episodiche citazioni, mai. 

Il commento

Sappiamo bene che la storia non si fa con i “se” e tuttavia capita, nei momenti di ozio o di abbandono, che ci si lasci andare a fantasie, nostalgie, congettura di varia natura su quel che sarebbe stato e non è, a come sarebbe stato bello se.., insomma a sognare . E magari ci si scopre a fantasticare sulla qualità della vita nei vecchi tempi belli, (o belli perché vecchi) immaginata in netto contrasto con la vita contemporanea così piena di contraddizioni, inutili sofferenze, arrivismi, solitudini camuffate ecc. Poi ci si sveglia e se si ha voglia ed energia e si riflette a mente fredda, storicamente cioè, a quanto prima sognato, magari si può anche scoprire in esso un fondo di verità. Ma ciò, semmai, dovrebbe rappresentare stimolo per una maggiore presa di coscienza del malessere e costituire indirizzo, guida, per la conseguente azione da compiersi nella realtà storica data e non fuga da essa.
A livello privato tuttavia, non essendoci fortunatamente ancora una legge che vieti di sognare, è possibile “vestire” se stessi ed il proprio ambiente in riferimento al modello, o stile, del passato preferito.

La vita, per definizione, “dopo il peccato originale” non è solo gioia ma anche continua lotta, fatica, dalla quale fatica di tanto in tanto si ha voglia di evadere. Dunque la festa, la liberazione dal quotidiano. E si va in vacanza, al cinema, si partecipa allegramente “irresponsabili” a eventi collettivi liberatori (carnevale), si leggono libri, si naviga in lungo e in largo nel passato e nel futuro. Finita la festa, si dismettono gli abiti, reali o virtuali che siano, da principi e principesse per l’occasione indossati, e si torna al vero, all’unica realtà data per contribuirne alla costruzione di una migliore.

Ora, l’architettura, sebbene abbia lo stesso statuto linguistico dei manufatti per l’arredamento o del vestiario (per gli anglosassoni, più correttamente, tutte sono innanzitutto design” : architectural design; interior design ; fashion design, ecc.) è innegabile che per entità di materie ed energie impegnate, si distingua da quelle altre assumendo carattere di maggior durevolezza nel tempo. In altri termini, un vestito o un pezzo per l’ arredamento quando stanca si può anche cambiare, l’architettura no, o almeno non con la stessa disinvoltura. Ciò comporta una molta più attenta riflessione prima dell’azione. Ed ancora di più ne è necessaria se l’intervento riguarda parti storiche del tessuto urbano, o comunque ad immagine collettiva sedimentata, e per giunta a mezzo di opere pubbliche. Si dirà : ma la gente è questo che vuole.
Al che si potrebbe rispondere che dovere di una classe dirigente è appunto quello di “dirigere” e non quella di essere accomodante, nonostante la comprensibile difficoltà degli infelici tempi correnti, dove facilmente il consenso viene confuso con le merci in un’unica globale orgia mercatista. In altri termini, se ho un dolore all’addome e vado dal medico, sebbene ardentemente speri che mi dica che non è niente e che con una aspirina passa, il suo dovere è quello di fare una diagnosi vera che può anche essere in contrasto con la mia speranza.

Tornando alla nostra facciata in stile antico, non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che una buona parte della cittadinanza possa ritenere positivo detto intervento, anzi, è quasi certo a giudicare da quanta edilizia privata attualmente viene su in stile o in tufo faccia vista, che fa tanto “tradizione”. Ma a questo punto il campo si allargherebbe di molto andando oltre i limiti del presente discorso.

Di una cosa comunque si deve prendere atto : il moderno ha tradito le aspettative; ci ha dato tanto benessere materiale, fino a soffocare, ma non la felicità. Allora, con la pancia piena grazie alla modernità, si vagheggia il tanto bel tempo antico. Un po’ come il paziente in ospedale che dopo essere stato alla meglio rimesso su, lamentando la fredda linearità delle varie apparecchiature medicali ivi presenti, desiderasse di potervi sovrapporre tanti bei puttini e motivi floreali proprio come quelli stampati sul comò della la nonna.

Non si vuole fare qui la difesa ad oltranza del moderno, specie se riguarda, come in tanta edilizia del passato prossimo, non il moderno ma la deriva modernista: della parte formale esteriore cioè, quella facile ed economica da palazzinari. Si rivendica invece la nobiltà dell’autentico moderno inteso come espressione e conformazione di nuovi contenuti che ammettendo oltre alle linee diritte anche le curve e spezzate si coniuga alla vita corrente con i suoi nuovi problemi e contraddizioni costituendosi primario strumento per la sua presa di coscienza. L’architettura dunque come poesia, come una delle vie per giungere all’anima dell’uomo, a Dio. Lo sa bene quella millenaria istituzione che è “la Chiesa”, rimasta, dopo tante illusioni, ancora quasi unica “mecenate” della faticosa ricerca dell’autentica bellezza.

(pp) Luglio 2009

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