Claudio Adamo architetto

“… Il nostro amore è stato tanto grande ormai che non sa morire, per questo canto e  canto te…

sono le parole di una bella canzone di Sergio Endrigo di fine anni sessanta e vengono in mente a  fronte di quest’ultimo lavoro su   “CLAUDIO ADAMO ARCHITETTO” a cura di  Lucia D’Ammacco e Irene Del Monaco.

Entrambe architetti, compagna di vita la prima e, per certi aspetti, figlia spirituale la seconda, evidentemente “innamorate” ora dell’uomo ora dell’architetto, hanno dato alla luce questo pregevole lavoro che in prima battuta potrebbe forse  essere qualificato come una privata manifestazione di affezioni personali. Ma sarebbe un errore. In primo luogo perché, in fondo, ogni coscienza dell’universale non trae origine che dall’autentico individuale, e tutta  l’arte ne è testimonianza;  in secondo luogo  perché quando tutto o quasi tutto ciò che oggi si pubblica,  per evidenti ragioni di marketing editoriale,  viene presentato e pubblicizzato in modo così impudicamente forzato come, che so, “lavoro di inestimabile valore culturale, ecc ”,  una voce fuori dal coro, che più modestamente evidenzi come  propria motivazione di fondo il piacere e l’amore di raccogliere e rendere pubblico quanto nella vita ha fatto un uomo che si stima e che ci è stato caro, è una rarità in sé da ben considerare.

Le vite degli uomini” diceva B. Croce (1)  “sono da esaminare  come le opere d’arte,  da critico, cioè, e non da grammatico e maestro di scuola. Delle opere d’arte non si domanda se siano perfette, ma se sia in esse il soffio ispiratore, se siano informate e governate da una  forza poetica. Così le vite degne sono quelle che sono state mosse dalla fiamma di un ideale.  …”

E dunque, alla più o meno accentuata ricchezza culturale di un determinato contesto concorre sì la presenza operativa di uomini dalla fiamma ideale alta ma anche quella di critici in grado di misurarne l’altezza e adeguatamente divulgarla. Ora, è difficile dire se nel nostro contesto territoriale, nel tarantino cioè, abbondino o meno uomini di tale caratura, di certo v’è da dire che non se ne sente la presenza di  molti. E ciò probabilmente per due accidentali cause concomitanti:  la prima di carattere più generale, globale bisognerebbe ora dire;  la seconda di carattere più schiettamente  locale.

La prima. Senza voler qui stare a fare la storia del mondo, è evidente a tutti ormai quale sia lo scotto da pagare per il benessere materiale derivante dalla industrializzazione dei processi di produzione. Stante la logica industriale  “più si consuma, meno costa, più si guadagna”,  è ovvia la convenienza a stampare prodotti di largo consumo, cioè a scarso contenuto informativo e ad alta ridondanza. In pratica, si pubblica in modo  sapientemente variato, solo ciò che già si conosce ed è grande. Condizione questa dunque, non certo ideale per la divulgazione dell’operato di eventuali nuove “coscienze critiche” e a carattere locale, poiché fatalmente piccoli e a bassa “tiratura”.

La seconda.   “E’ Taranto una città che,  posta in un sito singolarissimo,  potrebbe essere stupenda … e invece è squallida…”   così presso a poco  Cesare Brandi  nel suo “Pellegrino di Puglia”.   Ma amaramente è ciò che pensa anche la maggioranza dei tarantini. Taranto infatti non è amata dai suoi figli. E non lo è, tra l’altro, perché non l’hanno costruita loro, bensì terzi, interessati solo al suo sito e perseguenti finalità non sempre coincidenti con le sue.  Sicché, crescendo e sviluppandosi senza una precisa coscienza di sé, ora godendo ora soffrendo passivamente la buona o cattiva sorte determinata da eventi ormai da lei non gestibili, ha via via fatalmente infiacchito proprio quella potenziale attitudine progettuale dei suoi figli migliori  (gli uomini dalle vite degne) che sola avrebbe potuto ben indirizzarla.

In questo contesto pertanto, il lavoro di cui la presente nota  risulta quanto mai opportuno, in quanto ben si inserirebbe in un eventuale ed auspicabile progetto di riscatto del territorio. Interpretando infatti la presente crisi economico/finanziaria mondiale, che è strutturale, come occasione per ripensarsi, si potrebbe immaginare l’avvio di un nuovo processo per la sua rinascenza partendo questa volta dal reale sé stesso, e cioè dalla conoscenza della sua storia materiale e ideale e dalle opere che lo caratterizzano.

Lucia D’Ammacco e Irene Del Monaco, sono sì state inizialmente stimolate a questo lavoro dall’amore derivante dalla conoscenza diretta della personalità e delle opere di Claudio Adamo, ma è tuttavia evidente che, man mano che il lavoro di compilazione e analisi critica  procedeva,  si integrava ad esso il sentimento di profondo apprezzamento dei contenuti di verità e bellezza che le architetture di Adamo esprimono. Bene quindi  l’idea di ordinarle e pubblicarle per consentirne nel tempo e ai più un’agevole lettura.

(pp) 2010

(1) B. Croce – Dal libro dei pensieri (1927) XXII –  2002 Adelphi – Milano.

PREFAZIONE  a :  “CLAUDIO ADAMO ARCHITETTO”  Lucia D’Ammacco – Irene Del Monaco

Scorpione Editrice-Taranto 2010

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